Lingua e potere in Pier Paolo Pasolini

Autori

  • Francesco Virga

Abstract

L’analisi delle diverse forme del linguaggio umano e dei suoi poteri, la questione dei rapporti tra lingua e dialetti, con i suoi nessi stretti con la politica e la società, rappresentano una delle preoccupazioni centrali e insieme una costante dell’opera pasoliniana. Pasolini non venne mai meno al dovere per lui «primo» di un intellettuale: «esercitare prima di tutto e senza cedimenti di nessun genere un esame critico dei fatti». Fin da giovane concepì tale esame come una verifica continua, un continuo adattamento del periscopio all’orizzonte dei fenomeni, contro gli ideologi d’ogni tipo che hanno sempre fatto il contrario. Fu così tra i primi ad intravedere gli albori di una nuova epoca storica che —oltre a cancellare i tratti dell’antica civiltà contadina, ancora propria di gran parte dell’Italia nei primi anni ‘60— avrebbe finito per mutare «antropologicamente» gli italiani. L’articolo intende dimostrarlo, passando in rassegna tutti gli scritti dell’autore, non solo quelli linguistici, e soffermandosi su alcuni testi meno noti e poco studiati o trascurati dalla critica.

Parole chiave

lingua-potere, lingua-dialetti, Gramsci, televisione, consumismo, mutazione antropologica

Pubblicato

02-11-2011

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